Andrea e la sfida del tennis in carrozzina

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Cercare nello sport le risposte alle difficoltà del quotidiano. Ai sacrifici che ogni giorno la vita chiede a un ragazzo  come lui. Per questo, da tempo, ha montato e smontato la sua carrozzina per macinare chilometri a bordo di autobus, treni, aerei alla volta di uno stadio, verso una partita da raccontare. Quasi una missione per Andrea Carmenini, 35 anni, appassionato di rugby. Al seguito della nazionale conta tanti “caps”, tante presenze, quante quelle di un azzurro navigato, come Castrogiovanni o capitan Parisse.

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Gli occhi di Sara

(di Massimo Gramellini – fonte: La Stampa)

Non ho parole, esala Sara Errani, un attimo dopo essersi sdraiata sulla polvere rossa del Roland Garros con la certezza di essersi arrampicata sopra un sogno: finalista in singolare e in doppio nel torneo di tennis in terra battuta più importante del mondo. Non avendone neanche noi, di parole, ci atteniamo strenuamente ai gesti, che contano molto di più. Per esempio il mulinare inesorabile delle sue gambette strutturate. Gambe da autentico donnino romagnolo, questa genia di femmine coraggiose che sanno godere e soffrire con la stessa sfrontatezza. E poi gli occhi di Sara, inquadrati dalla telecamera mentre aspetta il servizio dell’avversaria. Non sono occhi da tigre, serrati a fessura in una smorfia di risolutezza. E neppure occhi da valchiria, dilatati dalla tensione. Sono laghi, placidi e profondi. Gli occhi della vera passione, che non è un soprassalto isterico di adrenalina, ma una lenta e solenne espansione di energia che consente a una ragazza minuta di domare furenti gigantesse.

Se ne vedono sempre meno in giro, di occhi così. La disillusione e il vittimismo – stati d’animo giustificabili ma ferali – hanno divorato la nostra passione, restituendoci sguardi slombati, lividi, arresi. In guerra col mondo eppure incapaci di inquadrare qualsiasi obiettivo. Non bastano le gesta di una campionessa risoluta a cambiare i gesti degli umiliati e degli offesi che bolleranno anche queste righe come esercizio di retorica vuota. Ma almeno possono fungere da ripasso, aiutandoci a ricordare che è solo con quegli occhi lì che si vive la vita davvero.