Schiavi perché clandestini: così nasce il caso Fucino

PIETRO GUIDA - Fucino

Gli invisibili delle campagne del Fucino non hanno nome e per questo spesso non possono essere aiutati. È questo ciò che è emerso dalla tavola rotonda “Lavoro dignitoso per un’agricoltura di eccellenza” organizzata nell’ambito della due giorni della Flai-Cgil.

All’incontro, al quale hanno preso parte numerosi braccianti, gli esponenti del mondo sindacale e degli istituti di previdenza hanno evidenziato come il fenomeno del caporalato è particolarmente accentuato nel Fucino perché ci sono diversi immigrati non in regola con il permesso di soggiorno che di conseguenza non possono denunciare. Gianni Di Cesare, della Cgil Abruzzo, ha sottolineato come la presenza del sindacato è fondamentale in questi casi per spronare i giovani lavoratori a denunciare. Secondo i dati dell’osservatorio Placido Rizzotto, infatti, una buona parte dei braccianti del Fucino guadagnano in media 2euro e 50 l’ora e lavorano fino a 14 ore al giorno. Continua a leggere

Sisma, aziende agricole penalizzate

20150218_141709_resizedOFENA. A sei anni dal sisma, sono ancora decine le aziende agricole che contano danni per centinaia di migliaia di euro a capannoni, rimesse e attrezzature. Molte attività dell’area del cratere, già provate dalla crisi del settore, si trovano nell’impossibilità di anticipare gli interventi di ripristino delle strutture in attesa del contributo erogato dalla Regione attraverso la misura 1.2.6.-Psr 2007-2013 (interventi di ripristino del potenziale produttivo agricolo danneggiato da calamità naturali e introduzione di adeguate misure di prevenzione). Di fatto, a differenza di tutti gli altri interventi inerenti la ricostruzione post sisma, anche l’Iva resta a totale carico delle imprese agricole destinatarie di contributo. Una cifra importante se si considera che esistono delle aziende che contano qualcosa come 2,5 milioni di euro di danni.

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Agricoltura, immigrati e tensione sociale: l’oro del Fucino pagato con sfruttamento e caporalato

fucino 1_07e3ead2484cf5f55dce6a14b4f14755di Marcello Pagliaroli* – Retate delle forze dell’ordine, scontri tra immigrati, tensione con i residenti. Cosa succede nei campi e nei paesi del Fucino, dove la forza del settore agricolo si regge anche sulle spalle e le gambe di migliaia di immigrati? Su tutto ciò dice la sua un sindacalista che questi problemi li affronta giornalmente sul territorio, Marcello Pagliaroli, segretario generale della Flai aquilana, che tuttavia inizia il suo intervento con alcuni richiami da bollino rosso che dovrebbero far suonare molti campanelli d’allarme. Di seguito l’intervento del sindacalista.

LA MIA NOTTE COI DANNATI DEL FUCINO

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Da studenti a produttori di formaggi: la scelta di Vito e Manuela

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Dai pomeriggi umidi di Viterbo, scanditi dai tempi della moka di caffè, con i libri accatastati sui tavoli della casa dello studente, all’odore dell’erba dei pascoli del parco del Gran Sasso, a caccia di un’idea per trasformare la tradizione pastorale dei nonni in un’attività che possa avere un futuro anche in un sistema agroalimentare segnato dalla grande distribuzione. È la storia di Vito e Manuela – 36 anni lui, 33 lei – che hanno deciso di accompagnarsi nella vita e sul lavoro, riscoprendo insieme alcune piccole produzioni casearie, dallo yogurt al formaggio.

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La mia notte nei campi coi dannati del fucino (fonte il Centro)


Il servizio sul quotidiano

La fanno facile. Ti danno un machete (guarda la fotogallery) – perché lo chiamano coltello ma per me di machete si tratta – un paio di guanti e una luce da minatore. E ti mandano nel Fucino a cogliere i finocchi. Sette ore curvo come una mondina del Polesine, col freddo e con l’umido che ti penetrano nelle ossa, perché da queste parti, passate le due di notte, si inizia a battere i denti.

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