Andrea e la sfida del tennis in carrozzina

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Cercare nello sport le risposte alle difficoltà del quotidiano. Ai sacrifici che ogni giorno la vita chiede a un ragazzo  come lui. Per questo, da tempo, ha montato e smontato la sua carrozzina per macinare chilometri a bordo di autobus, treni, aerei alla volta di uno stadio, verso una partita da raccontare. Quasi una missione per Andrea Carmenini, 35 anni, appassionato di rugby. Al seguito della nazionale conta tanti “caps”, tante presenze, quante quelle di un azzurro navigato, come Castrogiovanni o capitan Parisse.

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Il suo impegno ad abbattere qualsiasi ostacolo, metaforico o reale, per essere presente a bordo campo o sugli spalti, durante i match internazionali, è un esempio per qualsiasi sportivo. Ma in queste ultime settimane Andrea vorrebbe spingersi oltre: provare sulla pelle i segni che lascia un’attività sportiva. Il tennis, ad esempio. Perché proprio il tennis? Un caso, o giù di lì. «A fine maggio sono andato a Londra a vedere la finale del campionato inglese di rugby», racconta, «e il giorno dopo ho assistito a Inghilterra-Barbarians. Viaggiavano con me due mie carissime amiche, Cristine Galeota e Paola Giandomenico. È la prima volta che sono andato all’estero con due ragazze come accompagnatrici: sono state veramente in gamba, mi hanno dato sicurezza e tranquillità per tutto il viaggio». Il ragazzo di Cristine, Andrea De Silvestri, è un istruttore di tennis e lavora al circolo “Peppe Verna”.

Anche Cristine nel periodo estivo collabora con questa struttura. «Sapendo che la nazionale di rugby era all’Aquila», prosegue Carmenini, «mi hanno chiesto di organizzare un aperitivo nel circolo. Sono riuscito a invitare tutto lo staff tecnico, con in testa il team manager Gino Troiani e il ct Brunel: una quindicina di persone in tutto. Proprio in quell’occasione mi hanno chiesto se volevo imparare a giocare a tennis: anche in carrozzina si può e io mi sono detto… Perché no? Nella vita, come nello sport, non bisogna mai mollare. E tutti dobbiamo provarci sempre, fino in fondo». Certo la strada è in salita, anzi con ben due rampe di scale come quelle poste all’ingresso del circolo, tali da mettere a dura prova chi è obbligato a spostarsi in carrozzina. «Per adesso», commenta il giovane, «sono entrato e uscito dal circolo solo grazie all’aiuto di Paola e Cristine. Mi auguro che in futuro, anche con un intervento mirato dell’amministrazione comunale, sia possibile rendere fruibile questo impianto, così come tanti altri in città, ai disabili». Perché fare sport è importante per tutti. Una città come L’Aquila è ancora molto indietro rispetto all’abbattimento di barriere architettoniche e questo preclude l’accesso a molte strutture a chi ha difficoltà di movimento.

di Fabio Iuliano – fonte il Centro

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