Agricoltura, immigrati e tensione sociale: l’oro del Fucino pagato con sfruttamento e caporalato

fucino 1_07e3ead2484cf5f55dce6a14b4f14755di Marcello Pagliaroli* – Retate delle forze dell’ordine, scontri tra immigrati, tensione con i residenti. Cosa succede nei campi e nei paesi del Fucino, dove la forza del settore agricolo si regge anche sulle spalle e le gambe di migliaia di immigrati? Su tutto ciò dice la sua un sindacalista che questi problemi li affronta giornalmente sul territorio, Marcello Pagliaroli, segretario generale della Flai aquilana, che tuttavia inizia il suo intervento con alcuni richiami da bollino rosso che dovrebbero far suonare molti campanelli d’allarme. Di seguito l’intervento del sindacalista.

LA MIA NOTTE COI DANNATI DEL FUCINO

Nella mappatura nazionale dei territori esposti al caporalato, all’illegalità e alla criminalità, e nel secondo Rapporto su agromafie e caporalato, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, nella nostra regione la Piana del Fucino è segnalata come bollino rosso.
Nel Fucino avvengono le raccolte di prodotti ortofrutticoli, dove vengono occupati soprattutto lavoratori magrebini, macedoni, albanesi o comunitari provenienti da Polonia e Romania. Questo comunque è un territorio di lotte storiche, che a metà del secolo scorso ha visto pagare con il sangue dei lavoratori il prezzo della difesa delle terre contadine. Fu infatti nel 1949 che avvenne la svolta per la messa a punto della strategia e dell’organizzazione per la grande battaglia per il lavoro e la terra, che porterà nel 1950-51 all’eliminazione del latifondo, con l’esproprio di Torlonia e l’istituzione dell’Ente di riforma agraria e sviluppo sociale.

Da allora sono passati tanti anni e oggi nelle campagne del Fucino i “cafoni” hanno cambiato il nome e il colore della pelle. Sono i nuovi braccianti: i lavoratori migranti e invisibili. Da circa vent’anni la Piana del Fucino rappresenta per loro la destinazione più ambita: è proposta in vari modi ma non per tutti, solo per pochi “invidiatissimi fortunati”. Il viaggio è un’avventura assicurata, una miscela di mare, monti e deserto e la destinazione promette una sistemazione in suggestive “cascine diroccate” direttamente nei campi, a stretto contatto con la natura, oppure alloggiati all’interno dei canali di scolo della rete irrigua del Fucino.
Nella Marsica vivono da anni folte comunità di lavoratori migranti, in alcuni casi ben inserite nel tessuto sociale ed economico, ma dietro questa realtà di integrazione ce n’è un’altra, quella dei braccianti agricoli stagionali impegnati nelle campagne di raccolta dei prodotti: gli “invisibili a scadenza”, pagati in base al peso dei prodotti raccolti e tassati dal lucro del caporale.

La mappa dello sfruttamento ha un suo percorso che va da San Benedetto dei Marsi a Celano, passando per Ortucchio, Trasacco, Luco dei Marsi e infine Avezzano. Nell’area del Fucino risiedono attualmente oltre 6.000 immigrati, con percentuali che vanno dal 6 al 20% dell’intera popolazione dei comuni di residenza. Nel comune di Gioia dei Marsi la percentuale arriva al 12,2%. La comunità più presente è quella marocchina, che addirittura nel comune di Trasacco raggiunge il 67,4% dell’intera popolazione straniera e il 20% della popolazione totale. Così come a Luco, dove su 6.000 abitanti 976 sono lavoratori migranti, sfiorando anche qui il 20% della popolazione.

Nel settore dell’industria agricola marsicana è sempre più forte l’insinuazione di due fenomeni strettamente collegati. Il primo è quello dei braccianti migranti, che sono costretti a comprare il posto di lavoro corrispondendo cifre di diversa entità che finiscono nelle tasche del caporale di turno e del datore di lavoro. Il secondo è l’intermediazione illecita di manodopera tramite le cosiddette “cooperative senza terra”, società che teoricamente dovrebbero occuparsi di agricoltura ma che in realtà “affittano” gli stranieri ai datori di lavoro, evadendo gli obblighi contrattuali e contributivi imposti dalla legge italiana. Ne è testimonianza lo scoop di un giornalista del quotidiano Il Centro, che nell’estate scorsa si finse bracciante agricolo per una notte nel Fucino, lavorando a stretto contatto con i lavoratori magrebini alla coltivazione dei finocchi. Lui stesso denunciò lo stato in cui lavoravano di notte i migranti, in nero, ed evidenziò fortemente l’aspetto dello sfruttamento fisico ed economico (circa 25 euro a notte).
A questa situazione c’è da aggiungere quella dei braccianti regolari, che comunque per circa sei mesi l’anno restano a vivere nei paesi dell’area circonfucense senza lavoro. In molti casi – raccontano i fatti di cronaca accaduti recentemente a Luco dei Marsi – la conseguenza di tutto ciò può sfociare nello spaccio e nel degrado sociale.
Tuttavia, oltre a denunciare, noi dobbiamo agire, dobbiamo lavorare sulla proposta di un nuovo mercato del lavoro. Così come sull’estensione del rilascio del Documento Unico di Regolarizzazione Contributiva alle aziende agricole, a un “censimento” delle stesse che consenta di monitorare (anche attraverso lo sviluppo della bilateralità contrattuale) il lavoro nero, la sicurezza sul lavoro e lo sviluppo di un sistema di prestazioni per i lavoratori agricoli.

Un primo passo avanti sul tema della sicurezza in agricoltura lo abbiamo fatto nella nostra provincia attraverso l’istituzione dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriali prevista dal rinnovo del Contratto provinciale di lavoro del 23 gennaio 2013. Oltre alle iniziative di legge penso che la contrattazione debba essere l’epicentro per la risoluzione delle proposte che oggi noi mettiamo in campo: insieme a un forte impegno collettivo potremmo efficacemente contrastare lo sfruttamento e sgomberare il campo dal caporalato, dall’illegalità e dalla criminalità.

*Segretario generale Flai Cgil L’Aquila

Annunci

TrackBack Identifier URI