Sul bus per la Romania tra crisi da combattere, amori e speranze

cognac diprima mattinaPESCARA. «Sei un italiano? Un italiano vero?». Sui bus fermi alla frontiera di Nadlac – al confine tra Romania e Ungheria – di passaporti come il mio non se ne vedono molti. Gli agenti ungheresi fanno finta di incuriosirsi, ma in realtà l’unica cosa che gli interessa è sapere se trasporto sigarette o Palinka, un distillato simile alla grappa che si produce da queste parti. Né l’una né le altre. Vinco la tentazione di rispolverare Toto Cotugno a ulteriore riprova della mia terra di provenienza e mi congedo con un “Viszontlatasra” (arrivederci), reminiscenza magiara di un vecchio viaggio alle superiori. Antoniu, un ragazzo di origine rom partito da Bucarest, non se la cava altrettanto facilmente.

IN VIAGGIO. Quasi 1.500 chilometri in autobus da Pescara a Sibiu, in mezzo alla Transilvania. Andata e ritorno, tutto compreso, tra pause sigaretta, caffè volanti, rifornimento carburante e carico bagagli. Già perché è proprio la necessità di riempire la stiva di cartoni e valigie con la propria roba (spettano 40 chili gratuiti a passeggero) che spinge molti romeni, a preferire l’autobus al treno o all’aereo. La compagnia Atlassib, che proprio a Sibiu ha il quartier generale, viaggia ogni giorno. Sono salito a Pescara all’alba, su un bus semivuoto che, partito da Bari, già aveva viaggiato per 5-6 ore sull’A14. Corridoi semivuoti che man mano si riempiono con le fermate intermedie. San Benedetto del Tronto, Civitanova Marche, Ancona, Pesaro, Bologna, Ravenna e via dicendo. Fino a Padova, il centro di smistamento, dove vengono composti i vettori che raggiungono direttamente la Romania. Carmen Rusu, ad esempio, è diretta a Iasi, al confine con la Moldavia come tanti altri connazionali che vivono in Italia. Facciamo insieme solo la parte iniziale del viaggio, ma poi ci indicano due mezzi diversi. Fa in tempo a parlarmi dell’hotel in cui lavora a Rimini, di suo figlio di 20 anni, delle sue difficoltà all’arrivo in Italia. «Io ne ho 42, ma quando andiamo in giro ci dicono che siamo fratello e sorella», sorride.

IN ITALIA PER AMORE. Ioana Mihaela Coscodar, invece, fa tutto il viaggio di andata con me. Ha 25 anni e da sette è in Italia. Vive dalle nostre parti. «Ormai sono abruzzese, anzi cepagattese», sottolinea, «ho conosciuto il mio compagno a Sibiu quando facevo ancora il liceo e ho deciso di andare a vivere con lui. La sua famiglia non mi ha mai fatto mancare nulla». Ogni tanto, il Poggio del sole, il ristorante dove lavora, le concede una o due settimane di stop e lei ne approfitta per tornare dai suoi. «Un bel posto la Transilvania, ricco di storia e fascino», mi fa parlandomi anche di Timisoara. Le chiedo se Dracula si fa vedere spesso da quelle parti. «Dracula non lo so, ma non ti sarà difficile trovare qualche diavoletta».

LA NOTTE SUL BUS. Un odore semidolce riempie i corridoi. Il ritmo della notte è scandito dalle stazioni di servizio. L’ingresso in Slovenia segna la prima tappa carburante. I quattro televisori di bordo trasmettono americanate low cost sottotitolate in romeno. Sullo schermo si ride o si fa a botte. Io non capisco granché perché dagli altoparlanti continua a uscire musica tipica, intervallata da qualche hit delle star locali: Delia, Lora, Andrea Banica e il suo Dor de mare. Il meglio del pop che riempie le playlist di una ragazzina che, per qualche ora del viaggio di ritorno mi ritrovo accanto. Addosso ha litri di Hypnotic Poison. Anche lei è in vacanza.

LAVORO E PREGIUDIZI. Ma la maggior parte della gente che trovo sul bus si muove per lavoro. Così Florian, da 12 anni in Italia. Il suo bancomat è fuori uso e non ha altri mezzi per prelevare, quindi è costretto a tornare temporaneamente dai suoi a Valcea. Lavora a Bari, in una ditta di conserve, e le cose vanno così così da qualche tempo. «La crisi ci sta tagliando le gambe», spiega, «mi sono trasferito in Puglia dopo un minimo di esperienza a Londra. All’inizio riuscivo a mandare un bel po’ di soldi a casa. Ora il lavoro è diminuito e la crisi fa accrescere anche i pregiudizi della gente contro di noi immigrati». Quello che dice apre una sorta di vaso di Pandora nel corridoio. In tanti ci tengono a sottolineare che «sbaglia chi dice che noi romeni siamo solo violenti. Da noi non c’è lavoro», spiega Adrian. «E quando sei fortunato ad avere un posto, il salario minimo parte da 150-180 euro, quando la vita costa come l’Italia».

Quindi, molti puntano a lavorare in Italia, fare soldi e riportarli in Romania. Il fatto di essere l’unico italiano mi permette quasi di essere “adottato”. Avrei altrimenti difficoltà anche a capire dove scendere. Marius, uno degli autisti mi fa mettere davanti per parte del viaggio e, una volta in Ungheria, mi invita a provare del gulash. Rifiuto perché sono le tre di notte. Quando non me la sento più di stare seduto mi allungo insieme ad altri sul corridoio. Mi sveglia un 50enne sul corridoio e mi invita a bere del cognac. «E’ la legge della strada amico», spiega, «io aiuto te, tu aiuti me». La strada è ancora lunga.

di Fabio Iuliano – fonte il Centro

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