Mobilità, assegni non pagati: l’odissea di tante famiglie abruzzesi

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Un lavoro perso e poche speranze di «riciclarsi» in un’area già depressa prima del sisma. Due figli da aiutare a decollare, cercando di continuare a farlo col sorriso stampato sulle labbra, sempre e nonostante tutto. Senza un soldo in tasca a pochi giorni dal Natale. La storia di Flavio Cinque, dipendente dell’Atam fino al 6 aprile 2009, non è tanto diversa da quella di migliaia di altre persone che hanno perso il lavoro, all’Aquila e in Abruzzo, con 6-7 mensilità arretrate ancora da incassare, perché l’Inps procede con calma, e la certezza che il trattamento di mobilità in deroga si interromperà bruscamente una volta liquidate le spettanze estive. Di recente, il sindacalista della Flai-Cgil Luigi Fiammata ha fatto il punto della situazione di questo ammortizzatore sociale.

«Dal 2008, per effetto della crisi, sono stati introdotti gli ammortizzatori sociali in deroga», ha spiegato. «In particolare, la mobilità in deroga – riservata a chi aveva perso il lavoro (un ultimo rapporto durato almeno 12 mesi con lo stesso datore), e finito l’indennità di disoccupazione – ha interessato centinaia di migliaia di persone in Italia, e qualche migliaio nella nostra provincia». Tutto il sistema si è sempre retto con la clausola limite delle risorse finanziarie disponibili, prima a livello governativo e poi a livello regionale. A oggi, chi aveva comunque diritto al trattamento è stato pagato solo per i mesi di gennaio e febbraio 2014. «Il decreto interministeriale ci ha anche tolto il diritto di avere le mensilità successive ad agosto», spiega Flavio Cinque, seduto nel bar in cui lavora la figlia Veronica, a pochi passi dal campo di rugby dove l’altro figlio Jacopo ha giocato con la maglia rossonera del Paganica. «E questo rappresenta già di per sé un fatto gravissimo». imageUn problema legato certamente all’assenza di risorse disponibili, nazionali e regionali, ma anche alla scarsa considerazione che, in generale, viene riposta nei confronti di chi ha perso il lavoro. «Ma qui ci stanno lasciando da mesi senza un soldo e io non so come pagare le bollette del Progetto Case. Basterebbe una mensilità per respirare». Cinque vive a Bazzano, non molto lontano dalla casa che ha lasciato la notte del sisma. «Vorrei fare un appello a tutte le persone che sono nella mia condizione», spiega. «Dovremmo mobilitarci, farci sentire dai nostri rappresentanti in seno al consiglio regionale e in consiglio comunale. Mentre loro pensano a ritoccarsi i compensi, noi siamo ridotti alla fame». (fab.i.) fonte: http://www.ilcentro.it

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