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Delusione, rabbia, ma anche «imbarazzo» nel commentare la sentenza d’Appello che ha visto l’assoluzione di sei membri su sette della Commissione grandi rischi. All’indomani di questa nuova pietra miliare apposta nel lungo e delicato percorso del post-terremoto, la comunità aquilana si risveglia con molte meno certezze e un senso diffuso di sfiducia nei confronti di uno «Stato incapace di processare sé stesso» e un sistema di giustizia in cui «a rimetterci sono sempre e solo i più deboli». Una confusione, unita a un rinnovato dolore, che si respira in tutta la città: nei palazzi della politica cittadina, nelle strade, anche nel mondo dello sport, Non a caso i tifosi dell’Aquila calcio hanno issato uno striscione di protesta nella rotonda all’ingresso ovest della citta, uno dei punti centrali di traffico, ben visibile e a pochi metri dal mercato di piazza d’Armi.

E quel “è inutile fare un processo quando è contro lo stato” è un sentimento difuso in tutta la città.

Paolo Rossi passeggia nel parcheggio del Carrefour, nella periferia est della città. Lo stesso parcheggio in cui sua figlia si era rifugiata con gli amici la notte del sisma. «Da lì decise di raggiungerci a casa, siamo finiti tutti sotto le macerie: lei non ce l’ha fatta». Arrivato nel capoluogo a 23 anni col pallone ai piedi non è andato più via, segnando tanti gol con la maglia rossoblù, uno dei quali al Pescara. Poi la carriera da tecnico e da talent scout, gente del calibro di Fabio Grosso. Rispetto al “Pablito mondiale” dice di aver giocato molto di più e guadagnato molto di meno, ma qui L’Aquila gli è rimasta nel cuore, così come lui –  che oggi ha 73 anni – è rimasto nel cuore dei tifosi aquilani. «Mi aspettavo, purtroppo, un verdetto d’appello di questo tipo», commenta. «E questo perché i morti non li sa difendere nessuno. Abbiamo un proverbio a Padova, la mia città d’origine: “il morto ha sempre torto”. Queste persone hanno fatto credere alla gente in giro per il mondo che la loro condanna era in funzione della mancata previsione del sisma, quando invece si tratta di una condanna in funzione del fatto che siamo stati tutti tranquillizzati. Lo Stato non andrà mai contro se stesso e gli unici a non ottenere giustizia sono i più deboli».

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Paolo Rossi : “I morti non li sa difendere nessuno” (a cura di Fabio Iuliano)

«Questa sentenza mi ha deluso. Sembra proprio che non ci sia giustizia per i più deboli, né per gli stranieri». Mariana Muntean, operatrice culturale romena, ha perso il nipote Silviu Daniel in quella terribile notte. «Non ho il coraggio di telefonare a mio fratello, che nel frattempo è andato via dall’Aquila, per dirgli l’esito della sentenza. Sono amareggiata». Per la giovane operatrice «il processo è stato tanto articolato e i giudici avevano in mano tutti gli elementi per attribuire le giuste responsabilità ai membri della Commissione che non dovevano rassicurare la gente».

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Mariana Muntean: “Una sentenza che offende gli stranieri morti” (a cura di Fabio Iuliano)

Sandro Brignola, funzionario a servizio per anni in vari enti della pubblica amministrazione prova quasi imbarazzo a parlare della sentenza della Corte d’Appello.  «La commissione Grandi Rischi aveva tutti i requisiti tecnici per assumersi delle responsabilità dal punto di vista formale nei confronti della gente di questa città che è andata incontro al sisma. Responsabilità», aggiunge, «divenute poi di natura penale dal momento  in cui il terremoto ha prodotto tutte queste vittime». Per Brignola il problema «è che in circostanze del genere viene meno la fiducia da parte dei cittadini nei confronti di uno Stato incapace di tutelarli sotto tutti gli aspetti, amministrativi, tecnici e di cautela nonostante che ci fossero stati tutti gli organi preposti (Protezione civile, Commissione grandi rischi) per sensibilizzare la popolazione».

di Fabio Iuliano  e Marianna Gianforte – fonte il Centro