Cinema e psichiatria: Rubini e la realtà virtuale

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 Dell’arrivo di Sergio Rubini in pochi si accorgono. L’attore-regista – icona di un cinema underground anche quando sbanca il botteghino – si fa strada tra la gente seduta sulle gradinate dell’auditorium Sericchi. La proiezione è già avviata da un po’: due terzi del pubblico hanno gli occhi incollati sul grande schermo, il resto fissa un monitor più piccolo montato su una colonna. Una ragazza schiaccia distrattamente l’iconcina per aggiornare la pagina del motore di ricerca del suo iPhone, ma non c’è campo. Sullo schermo scorrono i fotogrammi del «Boom» di Vittorio De Sica. Immagini in bianco e nero di un’epoca così diversa e così uguale alla nostra.

La storia inaugurale della 12ª rassegna di «Cinema e psichiatria» è quella di un imprenditore improvvisato – interpretato da Alberto Sordi – che tenta di sfruttare l’onda della favorevole congiuntura economica e si butta in speculazioni arruffate. Però non ha la stoffa e gli affari vanno maluccio, nonostante ostenti una condotta agiata. Anche la moglie, una donna fatua e ambiziosa, minaccia di lasciarlo. Per salvarsi dai debiti e risollevare la baracca, l’uomo accetta l’offerta di un creditore, che ha perduto un occhio e che gli chiede il suo in contraccambio. Ecco che l’immagine appare come un prezzo da pagare, in una comunità in cui il valore della rappresentazione virtuale della realtà, talvolta supera quello della realtà stessa.

È questo il punto di partenza consegnato all’artista pugliese che in Nirvana di Salvatores – caso vuole – si è trovato a interpretare Joystik, un personaggio costretto a vendersi gli occhi. «Già 50 anni fa, De Sica aveva intuito le dinamiche di una società che non è poi tanto diversa da quella attuale», spiega Rubini. «Un sistema legato alla voglia di apparire a tutti i costi. Ma così facendo rischiamo di vivere dentro una soap, un’avventura virtuale».

L’attore-regista prova a orientarsi nei bassifondi del nostro sistema, alla ricerca di immagini autentiche che non siano il riflesso di una società dominata da social network e mezzi di comunicazione di massa, a partire dalla televisione. «Ci sono vari aspetti che meritano attenzione», osserva, «a partire dal fatto che molte cose vengono scritte e proiettate sotto la spinta di chi vuole vendere prodotti: voglio vendere delle lamette? Faccio una fiction. Voglio distribuire dispositivi industriali? Finanzio un film tv. Ma tutto questo implica un gioco al ribasso: mi spiego meglio. In questi giorni sta andando molto bene il film di Martone dedicato a Leopardi. Tempo fa la Rai ci propose di realizzare un film tv sul poeta di Recanati ma poi non se ne fece più nulla perché alcuni analisti valutarono che nella fascia che avremmo impegnato del palinsesto la concorrenza trasmetteva cose frivole alla Cesaroni. E la Rai doveva adeguarsi, guardando verso il basso per accontentare una massa non meglio definita di pubblico che ci si ostina a considerare ignorante a tutti i costi».

Rubini si è detto preoccupato dal ruolo della tv nella rappresentazione della memoria collettiva. «La recente storia d’Italia c’insegna che chi possiede televisioni può arrivare anche ai vertici del potere, servendosi anche del mezzo televisivo». Rubini riconosce che «anche L’Aquila nel post-sisma è stata raccontata come qualcosa che non era. Conosco questa città sin dagli anni Ottanta, dai tempi del teatro di Antonio Calenda. D’altra parte, il terremoto poteva costituire un’occasione senza precedenti: dall’Aquila poteva partire un clima di cambiamento che avrebbe potuto trascinare il resto d’Italia». Il riferimento indiretto è alle iniziative partite dal basso, come le carriole. «Ma la politica è furba perché sa che il tempo trasforma le persone che fanno i conti inevitabilmente con le esigenze della quotidianità e la necessità di sopravvivere che hanno un po’ assopito tutto». A fare gli onori di casa il presidente della Lanterna Magica Carlo Di Stanislao e il direttore del Dipartimento salute mentale dell’Asl Vittorio Sconci in un confronto moderato da Giovanni Chilante. Prossimo appuntamento giovedì (alle 18) con «Wilde» di Brian Gilbert. Ingresso gratuito all’auditorium Bper.

di Fabio Iuliano – fonte il Centro

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