Pearl Jam: perché San Siro tremerà

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I Pearl Jam sono la band con meno appeal al mondo. Niente frasi dei ragazzini sugli zaini, scarsa rilevanza fuori dal palco. Non basta: musicalmente il gruppo di Seattle è invecchiato abbastanza male. Non che scrivano brutte canzoni, tutt’altro, è che scrivono canzoni prive di guizzi e contemporaneità. Ecco la sintassi degli ever-critici: dimenticate il grunge – un revisionismo improntato all’onestà (secondo loro) direbbe che ci hanno campato per quattro album; dimenticate il post grunge e il concetto di “sopravvissuti” – diciamo altri due, forse tre album; dimenticate anche l’onestà, la rettitudine, la rabbia (lo ammettono anche i più ottusi e i fan degli Smashing Pumpkins) – vero, ma questo non fa vendere dischi per più di 20 anni. Nel frattempo la scena di Seattle è morta e sepolta e quindi ciao ciao Pearl Jam. Solo che non è andata così. È andata che riempiono San Siro – 60mila – in meno di tre ore di prevendita, con quattro mesi d’anticipo, la prima volta che ci suonano. Oggi, nel 2014. E non sono un simbolo – Bruce-the-boss – e non sono un mito – Rolling Stones – e non sono in voga – Rihanne assortite.

E quindi? Ci sono due ordini di spiegazione. 1) La musica. I Pearl Jam hanno scritto una serie interminabile di capolavori. Canzoni formidabili, per ogni situazione dell’esistente. Inutile menzionarne qualcuna o spiegare il perché siano capolavori. Lo sono e basta. Ma questo varrebbe per tutti, non solo al di sotto delle Alpi. E allora: 2) I Pearl Jam hanno tenuto insieme una generazione di italiani. Niente trascendentalismi spiritualistici, l’hanno semplicemente tenuta insieme e continuano a farlo. Non c’è pressoché fan della band che non abbia un’età compresa tra i 30 e i 38 anni. Venite a San Siro il 20 giugno o a Trieste il 22 e lo vedrete.

 

Per quella generazione – diciamo cresciuta negli anni 90 – i dischi dei Pearl Jam sono stati dapprima uno status e poi un’enorme ancora a cui aggrapparsi per la vita. Mi ricordo il primo ascolto collettivo di No Code, 1996. Pronti via, giradischi e Gotto d’Oro (2.300 lire per 1,5 litri): spaesamento, suona strano. Moscio, soprattutto. Ma come? E la rabbia? Non sono gli ultimi ancora incazzati? Niente, una ballad via l’altra. Mezza dozzina di sguardi persi dopo, si udì una voce: «Disco incredibile». E fu subito ovvietà, e fu subito nascita del gruppo di studio sulla svolta intimista, ancora più intimista, di Vedder e soci. «Meno ricerca sonora più attenzione al messaggio», fu la sofferta interpretazione della Seattle lungo le linee rossa e verde della metropolitana milanese. E così ci salvammo tutti, noi e loro. Ma negli anni i Pearl Jam hanno davvero tenuto insieme quella gente, con pezzi commoventi e rabbiosi, e con il solo fatto di esserci ancora, di suonare ancora, soprattutto di dire ancora quelle cose che si tendono a trascurare con l’età. Vedder quelle cose continua a scriverle e cantarle, continua a crederci, e noi saremo sempre lì ad ascoltarle.

di Alessandro Giberti / fonte – il Sole 24 ore

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