In carrozzella a Dublino, tra i giganti del rugby

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Due notti di fila a dormire in un angolo qualsiasi a ridosso dei gate d’imbarco dell’aeroporto di Stansted – il terzo scalo londinese – possono mettere in crisi chiunque, specie se tra la prima e la seconda notte c’è da inserirci una trasferta di dodici ore a Dublino, giusto il tempo per bere tre o quattro Guinness e per vedere l’Italia farsi “maltrattare” dall’Irlanda (46-7) nel penultimo atto del Sei nazioni. Ma Andrea Carmenini è abituato a ben altro. Da anni, la sua carrozzella macina chilometri in giro per l’Europa, con viaggi scanditi dal calendario della nazionale di rugby, tra partite e allenamenti.

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Viso disteso e battuta pronta anche alle quattro di notte, uno come lui – 34 anni compiuti da poco – potrebbe andare avanti per ore a raccontare le sue “gite” al seguito degli azzurri. Ordina una pinta di birra e una tazza di tè nell’ultimo pub rimasto aperto davanti al banco transiti, e si mette a parlare di questa o quella partita, di questo o quel placcaggio di Bergamasco o Castrogiovanni, di questa o quella touche sull’erba dell’Olimpico.

E poi gli allenamenti. Per un profano della pallaovale, gli allenamenti azzurri sono tutti uguali: prima gli avanti, poi i trequarti e poi tutti e due insieme. Per lui no. Si presenta allo stadio con la reflex per cogliere questa sfumatura. «Il rugby per me è un modo per superare le barriere», spiega. «A veder giocare questa gente, a vederli lottare nel fango per conquistare anche solo un centimetro sul campo, ti viene la forza di affrontare le sfide quotidiane, cercare di andare avanti e perseguire qualsiasi obiettivo. Tante sono le difficoltà della vita, per me come tutti», aggiunge.

«Ma niente è impossibile. Anche perché il “difficile” lo sperimenti, lo tocchi con le dita. Il concetto di “impossibile” è qualcosa che va oltre la realtà». È forse proprio questa filosofia a spingerlo ogni volta a buttarsi su Facebook alla ricerca di qualcuno che lo accompagni a un match. Non solo rugby: anche finali di Champions League e le partite della Nazionale di Prandelli.

«Se vivessi in un posto come Cardiff o Londra», osserva, «non avrei neanche bisogno di un accompagnatore, visto che i servizi e le infrastrutture, dai bus ai treni, ai cancelli dello stadio, permettono un facile accesso. Purtroppo, qui in Italia o a Parigi, faccio i conti con un sistema arretrato che mi rende difficile anche raggiungere Roma. Del resto, con l’Arpa a volte non basta neanche prenotare un bus attrezzato». Almeno in aeroporto c’è l’Ambu-Left, un veicolo sanitario dotato di sollevatore per l’imbarco. «Un mezzo», scherza, «usato dai disabili e dal papa, almeno quello di prima, visto che Bergoglio preferisce fare le scale».

di Fabio Iuliano – fonte Speciale 6 Nazioni

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