Da studenti a produttori di formaggi: la scelta di Vito e Manuela

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Dai pomeriggi umidi di Viterbo, scanditi dai tempi della moka di caffè, con i libri accatastati sui tavoli della casa dello studente, all’odore dell’erba dei pascoli del parco del Gran Sasso, a caccia di un’idea per trasformare la tradizione pastorale dei nonni in un’attività che possa avere un futuro anche in un sistema agroalimentare segnato dalla grande distribuzione. È la storia di Vito e Manuela – 36 anni lui, 33 lei – che hanno deciso di accompagnarsi nella vita e sul lavoro, riscoprendo insieme alcune piccole produzioni casearie, dallo yogurt al formaggio.

1 090Stanchi di lavori a termine ed esperienze fini a sé stesse, si sono trovati davanti ad un bivio comune a molti loro coetanei di questi tempi: andare all’estero o inventarsi qualcosa. Così hanno deciso di vivere insieme all’Aquila e imparare il mestiere all’interno dell’azienda zootecnica Gran Sasso di Castel del Monte, con il suo fondatore Giulio Petronio, una specie di istituzione per la zona. Un’azienda storica nata da una famiglia di pastori, la cui economia domestica era basata quasi interamente sull’allevamento ovino.

I due giovani si sono conosciuti nel 2001 a Viterbo. Vito Bova studiava Scienze agrarie, originario di Roma, figlio di genitori emigranti calabresi; Manuela Tripodi, aquilana, si era trasferita nell’ateneo laziale per laurearsi in Conservazione dei beni culturali. I due hanno pensato a lungo come avviare un percorso professionale comune. L’opportunità era vicina e forse fino a quel tempo era stata sottotraccia: L’Aquila e le sue montagne. Del resto, Manuela è da sempre stata legata alla sua casa nel centro storico, a due passi dalla chiesa di Santa Maria Paganica, così come al paese dei genitori, Castel del Monte.

cheeseIl terremoto non ha fatto altro che accentuare la voglia di riprendersi degli spazi negati dalle macerie e dai segni del tempo. «Le idee non mancano», spiegano i due, «ma diventare imprenditori oggi vuol dire anche avere almeno un minimo capitale da investire. Per questo abbiamo deciso di affidarci all’esperienza di zio Giulio che ci ha messo a disposizione gli strumenti della sua azienda per imparare a trasformare il latte prima di tutto, ma anche per mettere in pratica e approfondire la conoscenza del mercato, le dinamiche delle vendite e tutto ciò che ruota intorno ad un’attività produttiva. Nel nostro percorso formativo siamo stati aiutati da Maddalena Aromatario».

Attualmente la Gran Sasso conta su circa 1200 capi ovini (soprattutto Gentile di Puglia e Sopravvissana) che danno latte per produrre il pecorino canestrato di Castel del Monte, oltre a ricotte di pecora e carni di agnello. «Il valore aggiunto di questi prodotti», spiega Vito, «sono i pascoli del versante aquilano dove le greggi possono brucare la maggiore biodiversità vegetale d’Europa».

Foto Federico Deidda

Foto Federico Deidda

È su queste basi che Vito e Manuela hanno deciso di investire le loro energie in un progetto per il futuro. Un’attività di affiancamento nella trasformazione e nella commercializzazione dei prodotti caseari dell’azienda, con un occhio ai prodotti che incontrano le preferenze del grande pubblico realizzati però con tecniche artigianali e materie prime di qualità. «Siamo perfettamente consapevoli che non sarà una passeggiata», spiegano entrambi. «Eppure la passione per questi mestieri ci incoraggia, così come la scorsa settimana abbiamo spiegato in tv a Geo&Geo». Non si tratta solamente di tornare alla campagna, non si tratta di rivalutare gli stili di vita di una volta. Non si tratta di abbandonare la propria formazione ed il proprio passato, perché nell’alimento ci può essere cultura, ci può essere bellezza, ci possono essere scienza e ricerca. E nel prodotto c’è marketing, c’è creatività, c’è scambio con l’altro. E c’è valorizzazione di un intero territorio: è per questo che il loro yogurt si chiamerà “Ju-Yò”, omaggio a L’Aquila e al Gran Sasso.

 

di Fabio Iuliano, fonte il Centro

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