L’ateo, il vescovo e l’acqua: un bene comune

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di Aine di Berucci – «Se ci togliessero l’acqua, scapperemmo nell’aria», cantavano i pirati nel ‘600, solcando i sette mari. Le immagini del filosofo Giulio Giorello sono particolarmente significative mentre ripercorre la storia delle civiltà e il rapporto con tutti i beni considerati come “comuni”, o pubblici e come tali da difendere, parafrasando l’articolo 9 della Costituzione che ambisce alla tutela dell’acqua come patrimonio pubblico alla stregua del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale.Principi che però fanno i conti con i costi industriali della gestione servizio idrico e delle regole del mercato, così come ricordato dall’economista Laura Castellucci (Università di Tor Vergata) che si è confrontata sul tema dei beni comuni. In occasione del Festival dell’Acqua, in corso nel villaggio allestito in piazza Duomo all’Aquila, la professoressa ha fatto da “arbitro” al dibattito tra il notoriamente ateo Giorello e il vescovo dell’Aquila, Giovanni D’Ercole. Un confronto a tutto campo dal punto di vista politico, economico e, quindi, filosofico. Per entrambi, le premesse – e forse le conclusioni – sono identiche: l’acqua deve essere a servizio della collettività. Ma i percorsi intellettuali sono ben distinti.

Giorello parte da Marciano, giurista latino del III secolo che inquadrava come “beni comuni” l’aria, l’acqua, il mare e, di conseguenza i lidi del mare. «L’acqua è la dolce madre di tutti, come ricorda l’Ulisse di Joyce. Eppure», incalza Giorello, «da almeno 5mila anni l’acqua è causa di conflitti». Il filosofo e matematico milanese ricorda varie tappe nella storia in cui via via compaiono concetti come “acque territoriali”, almeno a tutela di interessi commerciali. «Ma proprio quando compaiono interessi di questo tipo che c’è da fare attenzione», avverte Giorello. «Acqua, aria, terra e fuoco dovrebbero essere sempre considerati beni comuni secondo uno ius naturale. Ne derivano due linee, dall’individualismo proprietario di John Locke che si basa sul concetto di proprietà privata (terribile diritto secondo Stefano Rodotà), si arriva a John Stuart Mill che stigmatizza i vincoli in quanto tali, per arrivare al concetto di liberismo».

Ma è proprio su questo terreno che si accende il dibattito col vescovo D’Ercole. «Più che di individui», valuta l’alto prelato, «sarebbe giusto e doveroso parlare di persone. Una persona, a differenza di un individuo viene concepita anche in virtù delle relazioni con gli altri. Per questo, credo che quando si parli di bene comune, sia importante considerare il beneficio per la collettività. Nei tempi moderni, si rischia di scadere nel concetto commerciale, perché ciò che serve a tutti deve essere disponibile a tutti, attraverso l’organizzazione dello Stato. L’obiettivo dei nostri tempi», prosegue il vescovo, «è rendere l’acqua a portata di tutti come un bene imprescindibile. Consideriamo anche la situazione mondiale e i relativi problemi di siccità». Giorello accetta la sfida semantica lanciata dal suo interlocutore e cita il cardinale Carlo Maria Mantini e il suo «individualismo cooperante» per trovare una soluzione alla necessità imprescindibile di godimento di un bene, senza però precludere libertà e dignità dell’individuo».

In questo, l’esperienza illuministica di Pascal e Voltaire può essere di insegnamento. Naturalmente, tutto questo non può prescindere dai costi reali per l’erogazione del servizio. Costi reali che, come ricor. dato dalla professoressa Castellucci, fanno i conti con quelli sociali, come quelli tirati in ballo da Joseph Stiglitz, nel suo “costo della disuguaglianza”: «Di fronte ad un costo oggettivo per la fruizione di un diritto occorre scegliere», conclude l’economista. «Per Stiglitz si arriverà alla fine del capitalismo, se non si risolve il tema della redistribuzione delle risorse».

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