Viaggio sulla vecchia Tiburtina, bella e dimenticata

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Quattro ore in macchina – con le dovute soste – da Pescara a Carsoli, alla scoperta delle pietre miliari della Tiburtina Valeria, l’antica via consolare. Strappi, tornanti, varianti e deviazioni, asfalto irregolare e massi pericolanti precedono i due Gran Premi della montagna di Forca Caruso e Colli di Montebove.

Si delinea così il tratto abruzzese di questa arteria fondamentale dell’Italia centrale. Una volta, ma neanche tanto tempo fa, per raggiungere Roma non c’erano molte alternative alle vie consolari, la Salaria e la Tiburtina appunto. I 230 chilometri che separano Pescara dalla capitale erano il viaggio di una giornata.

Poi arrivarono Gaspari e Natali con le loro autostrade che ridussero drasticamente i tempi di percorrenza, rivoluzionando la circolazione dall’Adriatico al Tirreno. Ma l’antica strada è ancora lì e la si può percorrere interamente fino a piazzale Tiburtino, nel cuore della capitale. Che cosa resta di questo tracciato che ha oltre duemila anni di storia?

LA STOZZA. La mia Skoda Fabia è ferma sul piazzale del Centro, perché la nuova sede si trova proprio all’inizio della Tiburtina Valeria. Prima di mettermi alla guida, scambio quattro chiacchiere con Giuliano Di Tanna, capocronista della redazione di Pescara, che ha qualche anno e parecchia esperienza più di me. «I caselli arrivarono da queste parti tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta», racconta. «Che strano, se ripenso alle polemiche degli ambientalisti di allora che bollarono l’A 24 e l’A 25 – ma anche l’A 14 – come opere inutili e pericolose per lo scempio paesaggistico».

Altro che No Tav. Giuliano parla di quel periodo come se avesse in mano una foto in bianco e nero. «Sapevi che per andare a Roma ci volevano 6-7 ore e ti mettevi l’anima in pace. Anzi, ti attrezzavi per il viaggio con una bella “stozza”».

Certo, anche oggi, un panino sulla strada è bene procurarselo anche se i bar non mancano, specie a ridosso delle città e dei paesi che la Tiburtina incrocia. I primi venti chilometri li percorro lentamente, tra semafori e rotatorie. Negozi e capannoni industriali spuntano a destra e a sinistra. Le pietre miliari portano il conto alla rovescia.

Così, l’Aeroporto d’Abruzzo lo trovo al chilometro 229, 100 e l’area industriale di Chieti poco più avanti dal chilometro 220. Qui, il navigatore satellitare punta sempre dritto, ma la Tiburtina sparisce in un avamposto metropolitano che ora prende nome viale Benedetto Croce, poi viale Abruzzo, poi ancora via Aterno e viale Unità d’Italia. Ma la strada è sempre la stessa, l’ex strada statale 5, ora strada regionale 5 Tiburtina Valeria (Sr 5).

Fatte le dovute proporzioni, è un po’ quello che accade negli Stati Uniti con le strade storiche. Penso alla Route 66, quella delle pagine di Kerouac per intenderci, la via che da Chigago portava dritto dritto a Santa Monica, in California ufficialmente rimossa nel 1985. Ricordo, però, che in più punti dall’Arizona all’Illinois, capitava di vedere dei cartelli stradali che scandivano le miglia dell’Historic Route 66.

LA CASA CANTONIERA. Questa zona, che attraversa Chieti Scalo, è mediamente trafficata nelle ore di punta, ma da quando supero Manoppello per attraversare l’area industriale della Val Pescara, le auto che incrocio sono sempre meno.

Vorrei fermarmi a chiedere indicazioni, perché non mi fido del Gps che continua a puntare dritto, ma non trovo anima viva al di fuori degli addetti di un distributore di benzina. Poi, al chilometro 206 una visione: una vecchia Casa cantoniera, un tempo simbolo del progresso automobilistico, il cui ingresso è per buona parte ricoperto dalle piante.

L’immagine di una primavera che non ce la fa più a trattenersi sovrasta un cartello bianco col marchio della Tiburtina. E’ quanto basta per capire che sto andando bene, anche perché da queste parti la strada costeggia il tratto autostradale dell’A 25. In questa zona c’è l’Interporto d’Abruzzo. Un lungo rettilineo che si fa bene in moto e in bici. Intere generazioni, per andare al mare dalla Marsica o dalla Valle Peligna, percorrevano in Vespa o in Lambretta il tragitto in senso contrario al mio. Ora questo è il paradiso dei motociclisti, che possono ’piegare’ le curve sperando di non incappacre nella Polstrada.

Sempre in senso contrario, l’8 settembre 1943 re Vittorio Emanuele III transitò da queste parti in fuga da Roma: vista la malaparata, lasciò la capitale per raggiungere la costa adriatica proprio attraverso la via Tiburtina.

LE PALE EOLICHE. Quando inizio a intravedere le pale eoliche sopra il paese di Tocco da Casauria so di essere a due passi dal Parco della Maiella. Sulla strada leggo proclami contro gli inceneritori e gli altri veleni sulla Val Pescara. Poi Bussi e Popoli, tra l’Aterno e il Tirino.

Questa zona segna un po’ lo spartiacque tra un asse viario tutto sommato sicuro e un tratto molto più a rischio. Tra l’altro, c’è da fare una breve deviazione sulla Statale 17 perché un pezzo di strada è chiuso per lavori. Da queste parti c’è Corfinio, il piccolo Borgo della Valle Peligna che fu la prima capitale d’Italia, uno dei luoghi significativi per il Tricolore. Anche la piazza di Raiano è decorata in bianco, rosso e verde, un po’ per la recente festa della Repubblica, un po’ per la sagra delle ciliegie.

I MASSI. Nel bar della piazza del paese mi concedo la mia “stozza” mentre attendo Berardino Musti presidente del Comitato pro Valle Subequana, un sodalizio che si batte da anni per la messa in sicurezza di quel tratto di strada che si tuffa all’interno del parco Sirente Velino passando attraverso le Gole di San Venanzio. Un tratto molto panoramico che si affaccia sullo strapiombo.

Musti mi chiede di seguire la sua auto e decide di fermarsi nei punti più impensabili per farmi rendere conto della pericolo caduta massi. In mano ha un lungo elenco di frane e smottamenti registrati tra Raiano e Castelvecchio. Ci fermiamo sullo strapiombo, al lato di una galleria, costruita in sostituzione del vecchio tratto di strada.

«Tutto il tratto che va dal chilometro 161 al chilometro 167 presenta massi pericolanti», spiega. «Da quando l’Anas ha preso in gestione la strada sta facendo degli investimenti molto seri, fino a 5 milioni di euro. Naturalmente, molto ancora deve essere fatto e il problema sarà risolto solo grazie all’installazione di gallerie paramassi per la sicurezza degli automobilisti».

FORCA CARUSO. Superato il valico di Forca Caruso a 1.100 metri di quota, tra Castel di Ieri e Celano, mi tuffo nella Marsica, in una zona che scende dolcemente verso la piana del Fucino. E’ una zona molto ventosa e ben esposta al sole. Non a caso, abbondano pale eoliche e pannelli solari, specie nei pressi di Collarmele. Greggi e pastori usavano questo tratto per la transumanza verso i pascoli laziali.

Arrivo ad Avezzano attraversando gli insediamenti industriali di Celano. La strada prosegue attraverso l’area industriale di Scurcola Marsicana e, da qui, verso Tagliacozzo.

FRANE. A Sante Marie c’è il bivio sulla Strada Regionale 5 quater, la variante della Tiburtina interessata da una frana recente all’altezza di Carsoli. Ma non è da lì che raggiungo il confine con il Lazio. Proseguo, invece, per la Tiburtina Valeria verso i Colli di Montebove.

A Tagliacozzo trovo la banda ad attendermi, mi chiedo che cosa si festeggi. Da lì inizia l’ascesa al valico che, nonostante si trovi a 980 metri, sembra non arrivare mai.

Mi fermo sulla strada davanti a un furgoncino con un fruttivendolo. Il giovane Nicola vende ciliegie e albicocche a due-tre signore del posto, unico segno di vita umana in venti chilometri.

Mi dicono che anche questa strada è stata interessata da una frana, ma non ci sono più deviazioni, solo sensi unici alternati e asfalto consumato. Raggiungo così Carsoli, è la destinazione. Per tornare a casa mia prenderò l’autostrada, con buona pace degli ambientalisti e del mio conto Telepass.

di Fabio Iuliano – Fonte

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1 commento

  1. Hai scelto un posto meraviglioso, complimenti! Questa regione può offrire grandi momenti.


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