Gran Sasso, funivia chiusa e turismo in crisi

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Scott e Lucy non credono ai loro occhi. Chilometri di strada senza incrociare un camion. Macchine e furgoni ridotti al minimo, al massimo qualche moto. Pedalare non è mai stato così rilassante. «Altro che le strade della California», dicono. «A San Francisco, dalle parti nostre, siamo abituati a fare i conti con traffico e smog anche quando andiamo in bici sulle strade di campagna. Noi stiamo pedalando da Roma e abbiamo fatto vari percorsi, è bello affrontare quest’ultimo tratto quasi senza auto». Sono entusiasti del percorso che li ha condotti a Fonte Cerreto. Quasi dispiace spiegare loro che il fatto di trovare strade vuote non dipende tanto dal piano della mobilità sostenibile, quanto dal flop delle presenze turistiche sul Gran Sasso. Almeno fino a questo momento. Così, mentre a valle si lavora per chiudere l’operazione con Invitalia e arrivare alla privatizzazione del Centro turistico – col contributo del manager della Ricostruzione Paolo Aielli – qui a monte non si batte chiodo, complici la crisi, i tanti giorni di maltempo e la funivia la cui riapertura è attesa solo nel week-end in occasione dell’intitolazione del piazzale di Fonte Cerreto a Marco Simoncelli.

SENZA STIPENDI. «Nonostante stiamo aspettando le mensilità arretrate», spiegano i tecnici del Ctgs, «siamo sul posto di lavoro per la manutenzione ordinaria e per consentire i collaudi degli ingegneri dell’Ustif che precedono il riavvio della funivia». Attendono lo stipendio da aprile. «Non ci è stata neanche riconosciuta la quattordicesima che di solito maturiamo in questo periodo», spiega Gabriele Scimia. «Siamo persone con famiglia e paghiamo regolarmente le tasse. Se le cose restano così siamo pronti alla mobilitazione. Ci chiediamo se ci sia una volontà politica di lasciare indietro 28 dipendenti che vivono il periodo con estrema difficoltà». Già, perché è una questione di una trentina di dipendenti, non di più. Poca roba per un comprensorio turistico che, se sfruttato a dovere, potrebbe dare lavoro a migliaia di persone. «Anni fa si parlava di un sistema capace di occupare cinquemila persone», ricorda con rammarico l’ambulante Saverio Aconito, visibilmente deluso dalla giornata, tant’è che il suo banco con salumi e formaggi – allestito sul piazzale della Villetta – ha chiuso anzitempo: all’una piuttosto che alle 15. «Non si vede nessuno oggi. Per noi questi giorni sono un disastro. Fino a quando non riapre la funivia le cose vanno molto male. D’altra parte, all’Aquila è tutto più difficile dal terremoto. Prima, la mia famiglia riusciva a cavarsela nel mercato di piazza Duomo. Ora a piazza d’Armi le cose vanno molto peggio e io sono costretto a lavorare a Roma nel periodo invernale, salvo poi venire qui in estate a fare la fame». Alle sue spalle ci sono delle casette di legno che venivano usate per ospitare le piccole attività commerciali. Alcune di queste sono chiuse e, apparentemente, in buone condizioni. Altre hanno le finestre spalancate in balìa del vento e del degrado. «Una volta, per l’utilizzo di ciascuna di queste casette, avevano anche il coraggio di chiedere qualcosa come duemila euro a stagione», sottolinea Aconito. «Ci sentiamo completamente abbandonati da un’amministrazione che sta decretando la fine di questo comprensorio e di questa città. Negli anni Settanta c’erano tutte altre premesse e questa piazza era piena di gente».

FUNIVIA. Certo, uno degli handicap di questo inizio di stagione è la funivia. «Le cose non sono certo facili quest’anno e le presenze sono scese», argomenta Mariangela Bertolini, 29 anni, mentre prepara un caffè a un gruppo di tedeschi. Gestisce con la famiglia il bar della piazza. Poco più sopra, dietro al banco della reception dell’hotel Fiordigigli, Angelo Sebastiani parla di queste chiusure continue della funivia come di un pericolo per l’immagine del posto: «D’altra parte, se tu abitui i visitatori facendo trovare l’impianto chiuso per lunghi periodi, questo contribuisce a creare disaffezione a questo posto». Le stanze dell’hotel sono tutte prenotate in questi giorni, comunque. «Ma è solo una questione di qualche giorno», spiega. «Abbiamo dei tecnici Audi dalla Germania che stanno facendo dei test».

«SIAMO IN RITARDO». Sulla strada verso Campo Imperatore, che sovrasta un complesso alberghiero incompiuto, non incontri quasi nessuno. Sul piazzale antistante l’hotel che ospitò Mussolini ci sono solo due-tre caravan e altrettante moto, con Gianni, Andrea ed Alberto del Motoclub Terni a lamentarsi della totale assenza di servizi e bagni pubblici. A salvare gli ambulanti del posto (stand di prodotti alimentari, souvenir e oggetti in rame) c’è una comitiva in pullman di studenti dalla Repubblica Ceca. Se la spassano, giocando sulle chiazze di neve rimaste. «Siamo in ritardo con le prenotazioni», si lamenta il gestore dell’Albergo di Campo Imperatore Paolo Pecilli, «anche perché il maltempo ha provocato la chiusura temporanea della strada che porta qui e i sentieri per le escursioni sono ancora coperti di neve. Certo, se potessimo contare sul sostegno del Centro turistico sarebbe tutto più facile».

di Fabio Iuliano – Fonte

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