L’Aquila città deserta, chiudono i locali

(di Fabio Iuliano – fonte ilCentro)

L’AQUILA. «Mario manda tutti a nanna e poi chiude il bar», canta Ligabue. Ma stavolta l’intenzione è quella di non riaprire più. «Voglio mollare, non c’è niente da fare: in questi ultimi mesi sto solo buttando soldi». Il Mario in questione è Mario Maccarone, storico proprietario del bar Gran Sasso. Una vera e propria istituzione del “corso stretto”: inaugurato l’11 novembre del 1955, con un nome in omaggio alla cima che si vede in lontananza. Cinquantasette anni di attività pressoché ininterrotta hanno fatto del bar una realtà consolidata che neanche il terremoto ha fermato. Anzi, non senza una punta di orgoglio, il 10 luglio 2010, pur tra grandi difficoltà la famiglia Maccarone è riuscita comunque a riaprire il locale in centro. Ma dove non è arrivato il sisma è arrivata la crisi, unita a una carenza di programmazione nella gestione delle riaperture in centro.

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«Dopo due anni di solitudine e scarsi guadagni siamo costretti ad arrenderci, anche se con tristezza e con molto rimpianto», spiega da dietro il bancone, mentre serve i pochi clienti che frequentano corso Vittorio Emanuele. Luci che si accendono solo nel week-end in un passeggio delimitato da transenne e puntellamenti. E i militari sullo sfondo: non è certo questo il contesto ideale per mandare avanti un locale pubblico. «Anche i primi tempi furono duri», ricorda Maccarone, «i clienti erano scarsi, le incombenze molte e nuove, tante le spese. Ma la mia famiglia è stata determinata ad andare avanti, lavorando dalle 6 a mezzanotte. Superammo un primo fallimento nel 1959: fummo affidati ad un curatore che, spiegandoci tutte le pratiche burocratiche necessarie, ci permise di ripartire sollecitamente». Il bar divenne ben presto un punto di ritrovo per molti aquilani anche grazie alla apertura di una sala giochi nella parte posteriore del locale. «Tanti nostri clienti», sottolinea, «si sono conosciuti in quella sala. Alcuni si sono innamorati e successivamente sposati anche per merito nostro. Io stesso ho conosciuto mia moglie Patrizia mentre giocavamo a flipper». Negli anni ’70 il bar è diventato punto di riferimento di giocatori e tifosi dell’Aquila Rugby. «Proprio in quel periodo», aggiunge, «arrivarono i primi giocatori stranieri, come Brian Davis o l’allenatore Joh nny Powell Rees e tanti altri che subito si integrarono con noi e con la città, diventando nostri abituali clienti». Nel locale c’è sempre stato spazio per i “calciofili”, specie quelli di fede rossoblù o di fede rossonera. «Per qualche anno abbiamo anche costituito il Milan club», ricorda Mario Maccarone che ha avuto in carico la gestione del bar insieme al fratello Vincenzo, da quando i loro genitori si sono ritirati. «Prima ci riunivamo tutti qui a vedere le partite. Oggi invece c’è Sky e le partite si guardano comodamente sulla poltrona di casa». Un altro segno dei tempi che cambiano. Così, con la chiusura di questo bar, fissata per lunedì 31 dicembre «ma forse andremo avanti per qualche altra settimana», precisa, «giusto il tempo di sistemare le cose». Quando è la burocrazia a dettare i tempi, con le sue regole e le imposte scandite mesi per mesi.

Poche centinaia di metri più avanti c’è via Tre Marie un vicolo il cui accesso è precluso dalle transenne. Fino al 6 aprile 2009 c’era il negozio Luciana Izzo.Un punto vendita di moda e abbigliamento femminile che aveva ben due locali con tanto di commessa. In questi ultimi due anni e mezzo, “Luciana Mode” si è trasferita alla Villa, in una delle casette di legno concepite per rilanciare il commercio. Ma anche in questo caso, dopo il primo entusiasmo iniziale, la cosa non ha mai preso piede e i commercianti lavorano al freddo passando interi pomeriggi, talvolta intere giornate senza beccare un euro. Tra pizzi, merletti e borse esposte, la signora Luciana ha una cartella bianca in bella vista con le imposte da pagare. «Non ce la faccio più», si sfoga, «tra utenze e adempimenti fiscali sono in forte difficoltà. Mi spetterebbero degli indennizzi del sisma, di cui ancora non si vede l’ombra, a parte 2.400 euro iniziali. Voglio lasciare tutto».

 

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