Changing room

AFTERWARDS – L’erba e il fango che avevamo addosso non avevano cancellato l’odore di olio canforato, ma lo spogliatoio a fine partita non ci sembrava più lo stesso. Per tutti noi, il momento più difficile di quel sabato è stato il dover rientrare, togliersi casacche e protezioni e aspettare il commento finale del coach, ancora prima di fare la doccia. Perché così voleva il coach, come se la doccia lavasse via ogni traccia dell’incontro appena giocato. Non era freddo, ma i vetri erano tutti appannati. Eravamo sudatissimi. Dopo due ore di lotta lì fuori, per ciascuno di noi quelle panche erano meglio di un materasso ad acqua.

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Flebo però, non riusciva proprio a stare seduto. Era tutto suo il rammarico per non aver fatto quella meta, placcato a mezzo metro dalla linea. Anche Pedro era in piedi, davanti allo specchio a controllare che la ferita sotto il sopracciglio sinistro avesse finalmente smesso di sanguinare. Ero almeno a trenta metri da lui quando nel primo tempo ha preso quella botta in un raggruppamento. L’ho sentita come se l’avessi presa io. Alex era seduto, caschetto ai piedi, in mezzo a Riccardo e Simone Ferri, quasi a riformare la prima linea. Certo i prop avversari oggi parlavano un’altra lingua, alla testa com’erano di un pack di mischia che pesava il doppio del nostro. L’unica era di fare uscire subito il pallone dai punti di incontro, giocare la palla in velocità ed evitare per il possibile di andare a sbattere agli avversari. Franz lo sapeva bene, ma in partita non gli era riuscito di fare cinque metri senza essere placcato e ora stava lì seduto con le mani appoggiate sulle cosce, sicuramente doloranti.

Si era rimesso in bocca il paradenti, forse per soffocare il nervosismo o per timore di qualche ulteriore sberla. No caro Franz, non ti preoccupare la partita è finita, stasera ci beviamo sopra all’Uplands Tavern. Mentre Jonathan – il custode del campo della Welsh Student Union – ci portava un po’di tè caldo, avanzando a fatica tra le borse e le nostre gambe, tutti ci chiedevamo di cosa ci avrebbe parlato il mister. Non è che avessimo giocato male, anzi. Contro quei montoni e il loro rugby punk si poteva fare ben poco e poi oggi il campo era così pesante. Chris ansimava ancora per quanto aveva corso. Stavamo stretti su quelle panche, come il risultato ci stava stretto. Sapevamo che giocare così, prima o poi, ci avrebbe portato da qualche parte eppure, ogni volta che si apriva la porta, con tutta la voglia che avevamo di andarcene e metterci una pinta sopra anche su questa partita, sono sicuro che tutti noi in fondo temessimo l’entrata del mister.

Federico e Batruash, si guardavano la maglietta, l’avevano entrambi strappata. Io mi ero appoggiato alla borsa di Dario e guardavo la foto sul muro di un giocatore gallese degli anni cinquanta. C’era una scritta che diceva più o meno così: “Sarai sicuramente in paradiso, visto che quaggiù giocavi in prima linea”. Dana era rientrato in quel momento per dirci che il coach era dietro la porta. (Fabio Iuliano)

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1 commento

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