Il mio nuovo lavoro

pubblicata da Luigi Fiammata 
 

Stanotte proprio non si dorme.

Mi alzo dal letto, e guardo la mia faccia nello specchio del bagno. Faccio correre l’acqua fredda. E riempio il lavandino. Quando l’acqua è quasi sull’orlo, ci infilo dentro la testa, trattenendo il respiro. E sento il freddo che mi apre la pelle, e cancella il cuscino. Resisto il più possibile, e poi mi rialzo. L’acqua mi cola lungo il collo e nelle orecchie. Riapro gli occhi. Libero il respiro. E mi asciugo lentamente.

Il tempo di un paio di jeans, un maglione a collo alto e gli anfibi. Raccolgo le chiavi dell’auto e esco. Non posso dire di aver sognato. Però ho una nebbia intorno agli angoli della bocca, come parole che non ho avuto il coraggio di dire. E mentre guardo la strada che ridiventa buia dopo il passaggio dei fari, cominciano a riemergere, i pensieri, sotto l’ombra dei lampioni accesi.

 Nel portafoglio ho gli ultimi cinquanta euro. Sopravvissuti al cibo e alle bollette. Il riscaldamento l’ho spento due mesi fa, e il gas lo uso solo per cucinare e lavarmi con l’acqua calda. Risparmio energetico lo posso chiamare. Condivido l’appartamento con uno che mi sopporta, forse perché non c’è mai, e perché continuo a pagare la mia quota d’affitto con i soldi della pensione di papà. Mi brucia dentro.  Mi devo far bastare tutto con i  quasi seicento euro mensili dell’indennità di disoccupazione. Che sta finendo. Ricordo dell’ultimo lavoro vero ormai quasi sette mesi fa. Magazziniere al deposito di frutta e verdura. Quello che mi permette ancora oggi di passare un paio di volte a settimana da Armando e raccogliere la frutta troppo matura e qualche verdura con le foglie un po’ ingiallite dall’unico sole vero che ha visto fuori dalle serre. Sono ottimi gli scarti del grossista, e soprattutto sono gratis.

In fondo, basta non fare programmi, e correre dietro il giorno, ogni giorno. E, il fine settimana, qualche camerierata in nero alla pizzeria, così, alle due di notte, quando se ne sono andati tutti, me la mangio anche io la pizza, con gli ultimi boli di pasta lievita rimasta che non arriverebbe a domani. Per la birra, fa niente, meglio astemio che ci guadagna la salute. Ufficialmente, studio, quando non ho troppa fame. E l’ultimo esame è andato anche bene, con quel ventisette che avrei buttato dalla finestra, insieme a quella merda dell’Assistente. Mi ha dato quel voto perché non poteva farne a meno: troppi testimoni, e non poteva mica usare la falce anche con me, per separare i comuni mortali  dai pochi ma buoni. Anche se io non sono buono, e si vede. Mi massaggio la faccia con la barba lunga, mentre guido a velocità ridotta. Le lamette con me durano un mese, e non vanno mai al meccanico per farsi cambiare. Fanculo. Vecchi titoli di giornale fuori dall’edicola chiusa. Vecchi di un giorno e già morti. Cercano pure quaranta operatori out-bound in un call center. Non l’ho mai voluto fare il libero professionista con la cuffia e il computer per chiedere a una vecchina di novant’anni se voleva una linea telefonica superveloce con terreno edificabile accanto e scappellamento a destra. A due euro l’ora. E con nelle orecchie qualche telegiornale che mi spiega che per l’ISTAT, anche così,  io sarei occupato. Ho il culo occupato, con un enorme palo dentro.

Parcheggio a fianco allo stadio. Tanto il bar aprirà prima o poi. Metto le mani in tasca e comincio a camminare in salita, verso la fontana. Gli alberi piangono ancora qualche foglia di autunno dorato, che si mischia con l’asfalto sudato degli pneumatici. E il silenzio fa più rumore di un tuono. Persino i miei passi hanno l’eco solitaria di un’ombra. Una antica scritta sul muro dice che il potere deve essere operaio. Io dovrei avere potere ? Ma se non esisto nemmeno. Sono come una luce che si accende e si spegne, di una insegna di negozio. Sono visibile per pochi istanti, quando mi arrampico su una ciminiera. E resto al buio per tutto l’anno. Anche mentre qualche sindacalista parla di me senza avermi mai ascoltato davvero.

 

La fontana è arida, e mi pare di sentire l’acqua imprigionata sotto i miei piedi che muggisce. Le due donne nude che reggono la conca guardano una strada sconnessa, dritta, che si restringe nel buio delle vie laterali, spente. Soffocate di tubi e graffi. Non si vede, il volto teso nello sforzo delle due donne, in questo buio che non è ancora mattino. E però, se chiudo gli occhi, lo vedo, il tuo, di volto.

Tra qualche giorno riuscirò a parlarti, magari davanti a un bicchiere di vino al Boss. Potrò permettermi di pagartelo un bicchiere di vino. Se rompo la mia scorza di paura. T’ho aspettata tanto, da sempre. Quando con gli occhi, la sera, lasciavi scintille di sole sull’aria di nuvole al tramonto. Quando il tuo sorriso, da lontano, mi piegava le gambe. Quando la mia bocca scavava affannata dentro le parole che non trovavo, che sfuggivano. Come un fiotto d’acqua che non puoi fermare con le mani. Se tutto va bene, sarò presentabile, tra qualche giorno.

Il vento comincia a portare i primi raggi di sole freddo, e dietro la montagna il grigio esplode in arancio e fuoco. I ciottoli di corso Vittorio Emanuele sono viscidi e spaccati. In certi punti la terra si è alzata in una gobba di trincea. Un fosso desolato in cui non si combatte nessuna guerra. Solo qualche cecchino vile spara su tutto quello che si potrebbe, forse, colorare di bellezza. I miei passi non spezzano il silenzio del respiro, trattenuto. E mi sento una fitta dentro il petto, come un pugno che mi stringe il sangue e lo lascia colare. Poteva almeno spaccarsi quella lapide al re dei cannoni di Milano sulla gente che voleva pane, e restare in piedi il convitto, invece di spappolarsi sul futuro di vite giovani. Sarebbe stato uno scambio equo.

Ma qui di giusto non c’è niente. E mi pare coerente che fuori dal liceo ci siano gli striscioni appesi della ditta di costruzioni che finanzia la campagna elettorale del sindaco leghista di Verona.

E poi mi guardo intorno, ai quattro lati dell’incrocio, e  immagino un uomo che finalmente si alza, e inizia a parlare le parole delle persone, e a trovare la forza di sollevarsi da terra. E vorrei difenderlo dalla violenza della realtà.

Mi giro indietro. Ne ho abbastanza, di non trovare fiori. Il cervello pulsa forte, e mi ricorda che stamattina devo presentarmi al mio nuovo lavoro. No, aspetta, è ancora un colloquio di assunzione. Un contratto a tempo indeterminato nella grande ditta del cemento e dell’acciaio, lungo la piana. Non mi piace l’edificio, che ha persino coperto la vista dei ruderi del castello di Ocre. Ma forse è meglio. Arrampicati sulla roccia e abbandonati. Mattoni che aspettano di tornare pietra. Però è un lavoro. Mi hanno chiamato al telefono e stamattina li incontro.

Il caffè ha il sapore di cuoio bruciato. Dolcissimo.

 

Alle otto e mezzo sono davanti ai cancelli, un ometto stempiato coi baffetti e gli occhiali mi fa entrare in ufficio. Hanno letto il mio curriculum, gli piacciono gli studi che sto facendo, e potrei andare lontano, con loro. Mi scappa un sorriso.

Devo solo firmare una lettera in bianco. Ci manca la data. E’ una lettera di dimissioni. La data ce la mettono loro. Quando lo riterranno opportuno.

Colonna sonora: “I will wait” Mumford & Sons 

                             “Lou Marsh” Phil Ochs

                             “Home Front” Billy Bragg

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